L’Arabia Saudita non ha vietato 47 videogiochi per due suicidi

Negli ultimi due giorni potreste aver letto su internet, su vari siti anche autorevoli specializzati in videogiochi, la notizia della decisione del regno dell’Arabia Saudita di vietare ben 47 videogiochi come risposta al suicidio di due ragazzini. Dopo varie indagini e con l’aiuto del portavoce locale di Ubisoft posso affermare che la notizia sia falsa.

La notizia origina da un’agenzia pubblicata dall’Associated Press. “L’Arabia Saudita afferma di aver vietato una lunga lista di popolari videogiochi dopo che sono emersi indizi sul possibile suicidio di due bambini incoraggiati a compiere l’atto da un videogioco online. La General Commission for Audiovisual Media (GCAM) saudita ha annunciato lunedì che avrebbe vietato 47 videogiochi, inclusi Gran Theft Auto 5, Assassin’s Creed 2 e Witcher [sic] per violazioni non specificate a regole e regolamentazioni.

Il divieto è nato in risposta alla morte di una ragazzina di 13 anni e di un ragazzino di 12 anni che pare si siano uccisi dopo aver giocato al gioco noto come Blue Whale, anche se l’agenzia non ha chiarito la connessione. Il gioco, anche noto come Blue Whale Challenge, consiste nel compiere una serie di sfide sino a quella finale, il suicidio.”

Non intendo qui affrontare i dubbi sull’esistenza e la natura di Blue Whale ma già la presenza di riferimenti a questo gioco mi rendeva sospettoso della veridicità della notizia e secondo Arab News il padre del ragazzino avrebbe anche negato qualsiasi connessione con il fenomeno. Il vero problema è però che la lista di 47 giochi vietati pubblicata il 2 luglio 2018, appena due giorni dopo il suicidio del ragazzino secondo la data riportata da Arab News e non “lunedì” 16 luglio come scrive Associated Press, non è stata realizzata come risposta ai due suicidi ma è una vecchia lista di videogiochi vietati nel regno soprattutto a causa di elementi sessualmente espliciti.

Il dubbio mi è sorto quando ho visto nella lista giochi che è risaputo che siano vietati da anni in Arabia Saudita come Dante’s Inferno e Heavy Rain, la serie di Grand Theft Auto, quella di God of War (anche per l’uso della parola “dio” nel titolo) e quella di The Witcher.

Sospettando che anche gli altri videogiochi della lista fossero allora giochi precedentemente vietati ho controllato quando possibile da solo, trovando conferme, e ho contatto GCAM e la maggior parte degli editori interessati o i loro rappresentanti in Italia, senza trovare risposte ma ricevendo parecchi “no comment” fin quando non ho incrociato Malek Teffaha, portavoce di Ubisoft in Medio Oriente. Teffaha ha confermato su Twitter quello che pensavo.

“Un articolo errato dalla Associated Press ha causato un bel po’ di confusione sia internamente sia esternamente” ha scritto Teffaha. “L’Arabia Saudita non ha vietato 47 giochi questo lunedì: questi sono giochi vietati in passato. [… L’Associated Press ha] spaventato sviluppatori e distributori facendo loro pensare che ci fossero pericoli per i loro videogiochi già approvati e [sta] aiutando a propagare stereotipi e a rovinare anni di progressi nel lavoro che noi e altri editori ci siamo impegnati a raggiungere con un unico articolo sbagliato.”

Ho parlato via e-mail con Teffaha, che mi ha ripetuto che GCAM aveva semplicemente pubblicato una lista con i giochi vietati nel regno, giochi vietati magari da anni e comunque a partire dal loro lancio internazionale. Non è chiaro chi o come abbia ricollegato la pubblicazione di questa lista ai suicidi (Associated Press non ha risposto alla richiesta di commenti). Teffaha mi ha anche avvertito che GCAM pubblicherà un comunicato ufficiale a riguardo e aggiornerò l’articolo quando sarà disponibile.

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